POVERTA’ E SOVRAPPOPOLAZIONE

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L’aspettavo. La divagazione “Così (se ne) va il mondo” ha stimolato una precisazione sul problema della povertà che porto a conoscenza ai miei lettori. Tra altre cose, Fabio scrive:

“Ho letto con grande interesse i tuoi pensieri sul coronavirus, che in gran parte approvo, essendo la risultante di riflessioni anche da me ben conosciute. Esprimo una riserva personale su quello che scrivi sull’idea della sovrappopolazione come causa della decadenza, della povertà ecc. Penso che a monte ci sia quello che anche tu indichi, l’egoismo umano. Sono per la vita comunque, e quindi contro il controllo programmato della demografia, dietro al quale permangono in ogni caso crudeltà e oppressioni (aborto di Stato o anche clandestino, con mezzi di varia natura, sempre sotto il segno dell’egoismo). Credo che i poveri figlino di più per istinto di sopravvivenza della specie e/o del proprio gruppo famigliare, i ricchi (in genere noi occidentali) perdendo questa motivazione istintuale e concreta, e l’idea della socialità devastata dall’individualismo, vanno incontro fatalmente all’estinzione, detto molto alla grossolana. Non facendo figli non solo ci precludiamo il futuro, ma cancelliamo fin d’ora visioni intelligenti e caritatevoli del mondo presente, come dimostrato dalla stupidità e follia crescenti, da “ricchi scemi”. Povertà e ricchezze materiali culturali e spirituali si rincorrono a specchio, e le cose sono troppo complesse per soluzioni facili; non è un mistero che il problema dell’Occidente sia esattamente opposto a quello del terzo mondo sul piano demografico. Tuttavia gli indici di povertà assoluta sono generalmente in calo, anche se la statistica consola poco di fronte ai grandi squilibri; squilibri che però paradossalmente sono molto più marcati in società poverissime come tanti Paesi africani o altri del terzo mondo…rimangono sempre enormi problemi antropologici e culturali, che a mio avviso possono essere combattuti (come lo sono stati nella storia) laddove visioni cristiane (o almeno protocristiane, chissà) possono penetrare. Della politica preferisco non parlare, soprattutto della nostra, dove sono sconcertato sempre di più da una decadenza che mi pare senza fine, e che mi addolora perché alla fine è espressione di quello che siamo: vedo una grande rozzezza nella destra, confusione e ipocrisia nella sinistra, il movimento 5S non pervenuto, perciò…mancano i geni di cui avremmo bisogno come del pane, poco altro da dire.
Può essere, anzi è auspicabile che questa vicenda del coronavirus comporti una rivoluzione positiva nei rapporti tra le persone, inducendo una maggiore umiltà in considerazione dello scoprirsi, come tu scrivi, fragili e indifesi…ci sono molti aspetti e fattori in contraddizione tra loro. Di questo virus non ho timore particolare e non credo che si tratti di una pandemia, naturalmente mi attengo strettamente alle indicazioni del governo, per doverosa sensibilità per le vite altrui, quelle dei più esposti al contagio. Certo, della magnificente scienza si vedono anche i grandi limiti che si vorrebbero coprire come polvere sotto il tappeto, limiti soprattutto di umiltà, speriamo che la lezione serva anche a loro per evitare trionfalismi nel futuro.”

Ecco la mia risposta
Ho riletto quanto ho scritto e devo ammettere che sono giuste le tue osservazioni e le condivido. Non mi pare però d’aver detto che la sovrappopolazione genera povertà, ma che è uno dei cinque fattori che rovina il pianeta. La povertà è semplicemente la conseguenza di un’ingiustizia. Qui sta il centro del problema.
L’incremento demografico accelera la distruzione dell’ambiente-terra perché porta a un aumento del depauperamento delle risorse naturali, alla produzione incontrollata dell’industria, al conseguente inquinamento e alla scarsità di cibo.
Questo andamento non può ovviamente continuare all’infinito. Certo, non dovrei esser stato troppo frettoloso nel trattare un argomento così importante, ma la sostanza non mi sembra infine molto diversa dalla tua, comunque vale la pena tornarci, meglio attraverso la storia.
Verso la metà del Settecento gli abitanti della terra erano circa 400 milioni. La prima rivoluzione industriale è iniziata in quegli anni, gli stessi anni di quando è iniziata l’esplosione demografica.
Con la rivoluzione industriale non si è passati soltanto dal carbone al vapore e dall’elettronica alla cibernetica, ma sono iniziati a cambiare anche i modi di produzione, di vivere, di pensare, i valori sociali e morali, la coscienza delle persone. Il mondo iniziava a cambiare, e ora tutti lo pensiamo davvero cambiato.
Purtroppo però le conquiste tecnologiche, la conoscenza dello spazio, i meccanismi elettronici, l’automazione, la cibernetica, non compensano i danni prodotti all’uomo al suo ambiente. Oggi imperano il benessere, il denaro, l’egoismo, il possesso, la presunzione, la furbizia, l’apparenza. Sono questi i fattori più importanti che caratterizzano l’uomo moderno, che regolano e condizionano la sua vita, e tutto ciò, a spese dell’ambiente.
Giusto è ora chiederci cosa c’entra la povertà con questo genere di progresso.
Con l’inizio della rivoluzione industriale iniziava anche il passaggio dall’agricoltura all’industria. Il contadino diventava agricoltore o operaio della produzione industriale. L’industria era la vera attrazione per gli abitanti dei centri rurali: la vita nei grandi centri dove maggiormente erano ubicate le attività lavorative costituiva la meta. Le migliori condizioni di vita igienico-sanitaria, le comodità e l’idea di un possibile benessere erano il motore dell’attrazione.
I molti contadini rimasti in campagna si trasformavano in agricoltori, capitalisti terrieri che spargendo erbicidi, fungicidi, diserbanti, insetticidi, contribuivano all’avvelenamento dei terreni e delle acque mentre la densità nei centri urbani arrivava velocemente ai limiti della sopportazione e contribuiva ad avvelenare in altro modo l’ambiente, le regioni, le città, le acque, la terra, l’aria, l’intero pianeta.
La parte ospitante non ha saputo mai provvedere o disporre una adeguata accoglienza del popolo contadino-operaio; un’accoglienza fatta di istruzione, educazione morale. Pertanto la povertà culturale rimaneva la stessa, non migliorava; i bambini già all’età di cinque-sei anni lavoravano nelle fabbriche con i genitori, l’organizzazione del lavoro si avviava verso un taylorismo disumano, la vita sociale priva di cultura umana e del sacro si avviava verso una forma di laicità tale da condizionare e caratterizzare ogni attività umana. La decadenza morale e religiosa finiva col cedere allo “spirito razionalistico”, così scrive Sabino Acquaviva nella sua famosa opera L’eclissi del sacro nella civiltà industriale (Pag. 140).
Allo stato attuale la cultura e le persone non si sono ancora emancipate dalla miseria in cui hanno sempre vissuto; così la natalità ha continuato a crescere fino alla conoscenza dei mezzi di controllo artificiale delle nascite per la felicità di Thomas Robert Malthus, economista e sociologo inglese.
Hai perfettamente ragione Fabio: la povertà e la fame nel mondo non sono la causa dell’incremento demografico, ma aggiungo: sono il risultato di una condizione di vita. Non è colpa del soggetto povero se non gode di tempo libero, non ha modo di acquisire istruzione o non ha accesso ai mezzi di informazione e culturali e per questo è costretto a vivere privo di stimoli conoscitivi.
Il fattore economico ha un peso determinante per l’accesso alla conoscenza; tramite questa si può chiudere o aprire l’accesso alla vita. Per il povero i figli sono indubbiamente una ricchezza, per il ricco spesso un incomodo.
Papa Francesco, a proposito di natalità, ferma l’attenzione sul benessere, il relativismo, la cultura dell’effimero, poiché molto spesso sono questi i veri responsabili della chiusura alla vita.
La natalità può calare anche bruscamente applicando i metodi contraccettivi artificiali, la sterilizzazione, la castrazione, l’aborto. Lo sappiamo e lo constatiamo tristemente nelle nostre società del “benessere”.
D’altra parte, i metodi contraccettivi naturali ci sono, ma occorre conoscerli e saperli applicare, nel rispetto di entrambi i partner. Se però la conoscenza è impedita cade ogni limite.
Non sarà forse che della sovrappopolazione sia responsabile l’ingiustizia sociale? La dilagante mancanza di valori, la decadenza del sacro, l’indifferenza generale, la noia in cui vivono molti giovani, possono aiutare l’emarginato? E’ davvero questa la società che vanta valori cristiani? Queste sono domande che non aspettano risposta, ma inducono, “profondamente”, a meditare.
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