LETTERA APERTA A UN AMICO

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Molti sono i fatti di cronaca che fanno pensare a una società malata. Come può l’uomo uccidere barbaramente un altro uomo? Attorno a noi, troppi fatti mostruosi avvengono per la sola voglia di liberare forze represse dal far niente, dalla noia, che appartengono a menti educate dal misero e squallido gruppo di cui fanno parte.
L’animale non compie azioni così malvagie come invece compiono certi esseri presenti tra gli umani. Di chi la colpa?

Caro amico, come si può parlare dei tuoi disturbi quando tutti i giorni si ascoltano fatti terribili, innominabili, persone d’ogni rango prive di pudore che insultano e urlano parole oscene e violente; quando siamo amministrati da personaggi corrotti e corruttori; quando si ascoltano programmi radio televisivi indecenti condotti da soggetti amorali, che si spiegano con parole e gesti volgari; quando impongono alla nostra attenzione canzoni oscene, blasfeme, che offendono le coscienze; quando personaggi politici e commentatori televisivi sono imposti alla nostra attenzione per ascoltare le ragioni della loro quotidiana incivile disobbedienza?
Come è possibile parlare dei mali del corpo o di terapie con i mezzi naturali quando viviamo in un ambiente malato, senza una guida sana e giudiziosa, tra gente ambiziosa, che insegue visibilità, facile ricchezza, occupazione senza lavoro, diritto di critica senza conoscenza, e tutto in modi chiassosi e arroganti?
Non è possibile pensare a una terapia naturale quando ti trovi a vivere tra gente che spande veleno, rancore, odio nei confronti del diverso, l’emigrato, anteponendo la forza e l’apparenza ai valori della coscienza.
Il famoso gastroenterologo Michael Gerson insegna che non solo la cattiva funzione dell’intestino disturba il comportamento, ma anche viceversa, ossia l’alterazione della vita emozionale influisce sulla funzione intestinale.
Non ti sei accorto quando hai vicino una persona tesa o nervosa che ti coglie una specie di insofferenza o ti senti agitare il sistema nervoso? Chi non ha provato gli effetti di una brutta paura?
Non è facile tener salda una sana educazione civile e morale acquisita quando tutti si viveva con meno, quando bastava poco per soddisfare le esigenze di ognuno ed essere felici.
Oggi se non si è tatuati e non si ha la muscolatura del palestrato non si è nessuno. E se davvero non si è nessuno occorre dimostrare almeno a noi stessi con la forza il nostro valore.
L’esempio più triste e doloroso si è visto con il pestaggio compiuto da quattro giovani barbari decisi a far valere la loro debolezza, calciando e calpestando il corpo di un giovane fino a ucciderlo, per motivi che forse neppure loro conoscono.
Se però cerchiamo di valutare meglio il fatto è spontaneo chiederci: di chi è la colpa? Chi ha educato a una simile violenza quei giovinastri? Forse la famiglia, la scuola, l’ambiente o una società troppo permissiva e strutturata in modo da favorire l’educazione alla violenza?
Di certo questi giovinastri non hanno imparato a distinguere il bene dal male, la differenza tra prepotenza, rispetto, umiltà, odio e amore. Di certo non sono cresciuti in ambienti inneggianti all’amore per la musica, l’arte o al gioco con gli amici.
La morte del giovane Willy e il gran parlare che ancora si sta facendo per questa morte tanto assurda e terribile mi ha portato a rivedere la raccolta di Roberto Boni degli atti su “Educazione ai valori umani e alla pace, scienza del retto vivere”. Tra questi sono riportate alcune pagine sui valori per cui vivere. In una di queste si legge: “L’egoismo, delle persone e delle nazioni, è l’ostacolo più grande al progresso e alla prosperità mondiale; l’egoismo violento viene identificato come causa prima del crimine e del comportamento antisociale; è la causa del nazionalismo estremo e della sovranità assoluta che portano alla separatività, che creano antagonismi, infrangono le giuste relazioni tra le nazioni e provocano aggressione.
Fondamentalmente la soluzione è semplice: nuovi valori per vivere sono necessari”.
Molti di questi valori che determinano la qualità della vita e caratterizzano la coscienza dell’individuo o della società, sono i seguenti: volontà, condivisione, bontà, verità, semplicità, innocuità, gratitudine, coraggio, giustizia, sforzo, perdono, servizio. Sono questi i valori positivi che si irradiano nel mondo. Sono i raggi di luce che illuminano e alimentano l’anima individuale, la società e l’intero mondo esterno.
Le esperienze vissute sono umane quando sono intrise di questi valori. Le azioni individuali o collettive, le tecnologie, la cultura e le scienze per essere utili all’uomo devono estendersi positivamente nel mondo, e ciò vale per tutti: persone ordinarie, amministratori, scienziati, giudici, società, poveri e ricchi, atei o religiosi. Con questi sentimenti e valori si costruiscono le società umane. Il “progresso” non si identifica nel denaro, con il PIL, la ricchezza o i viaggi turistici sulla luna, ma con tutto ciò che esalta i sentimenti umani, la fratellanza, la solidarietà, la condivisione, l’amore.
Diversamente, con l’allontanamento dai valori si incontra degrado, disordini, nevrosi sociali, ansia, malattie, involuzione dell’uomo.
Per questa ragione sostenevo che la sterile conoscenza degli usi e costumi dei paesi del mondo non è cultura se dissociata da questi valori. Rimarrebbe una conoscenza vuota, insignificante per non aver raccolto sentimenti di gratitudine, semplicità, umiltà, amicizia e ogni altra sensazione che caratterizza le persone e i luoghi.
La conoscenza deve amalgamarsi, coinvolgere come avviene con il riso.
Concludendo, non è la conoscenza a formare la coscienza, ma l’interiorizzazione del bene. La pratica del bene o del male coinvolge l’intero essere (corpo, mente e spirito), lo ha scritto anche l’illustre gastroenterologo.
Il presentatore televisivo che si esprime con gesti, parole e modi volgari, la persona che cerca spazio con modi stravaganti ed esternazioni irrispettose, il politico che usa parole violente e denigratorie verso i suoi oppositori, il governante ipocrita, l’educatore o l’insegnante assenteista sono loro i veri responsabili della violenza disumana che ha tolto la vita al giovane Willy. In definitiva: la “società”, questa in cui noi viviamo e ogni giorno racconta omicidi, suicidi, ruberie, corruzioni e tantissime altre cose simili.
Caro Antonio, ti chiamo con un altro nome per non coinvolgerti in questo mio sfogo interiore. Del resto, lo sai che non mi piace e non vivo bene in questo mondo pieno di arrivisti, ipocriti e presuntuosi. Potrei continuare, ma anche solo a raccontarlo il male farebbe male a entrambi.

Questa descrizione è facile assegnarla al pessimismo, ma non è così. Una realtà negativa trasmette sempre sentimenti di amarezza.
                                                                                                                                armidochiomento@libero.it