FISIOLOGIA DEL DOLORE

Ho appena terminato la rilettura del libro di “Fisiologia del dolore” di Paolo Mantegazza, fisiologo e antropologo fioremtino. Un libro indubbiamente vecchio (Mantegazza è nato nel 1831 ed è morto nel 1910), ma ancora fresco e attuale per il ricchissimo contenuto di esperienze che analizza. Trentotto capitoli che trattano le diverse manifestazioni di dolore e le relative influenze che determinano sull’organismo umano. Inevitabile dunque qualche appunto.
Il dolore in tutte le epoche e popolazioni ha sempre accompagnato la vita dell’uomo. Nessun individuo ha il potere di sottrarsi. Purtroppo prima o dopo di fronte al male, alla malattia e ai suoi effetti, l’uomo è sempre perdente.
Secondo Mantegazza “il dolore esprime tutto ciò che ci fa soffrire nel campo fisico e nel campo morale.” Una definizione non diversa da quella del dizionario Palazzi: “Sensazione molesta e afflittiva, penosa, cagionata da un male corporeo o sentimento di grave sofferenza morale”. Male fisico e male morale sono gli aspetti di una prima distinzione del dolore.
La sensibilità dolorifica è una delle modalità sensitive umane. Non esiste solo il dolore connesso all’infiammazione (risposta dell’organismo quando subisce un danno), ma anche un dolore dell’animo. “La ricchezza dell’anima è la sola vera ricchezza; tutti gli altri beni sono fecondi di dolori”, scrive Luciano di Samosata, scrittore greco.
Il dolore è un disturbo sempre sgradito, indesiderato; qualunque esso sia toglie l’appetito, disturba la digestione, indebolisce, dimagrisce il fisico e rattrista l’umore.
Pochi minuti di sofferenza bastano per alterare la circolazione e la pressione del sangue, contrarre la muscolatura e interessare i centri nervosi. Un dolore traumatico sia pure di breve durata può fermare la secrezione lattea alla donna che allatta, un mal di denti mostrarsi con un mal di capo o di stomaco o interessare altre parti più lontane del corpo. Nell’organismo tutto s’intreccia e si relaziona: ciascun dente è associato a un organo, i canini al fegato, gli incisivi ai reni, vescica e udito, i molari allo stomaco e pancreas, così come le zone del lobo delle orecchie, le mani e i piedi hanno i loro distretti organici corrispondenti. Un dente cariato può dunque interessare la salute dell’organo corrispondente (la mappa di Voll è tra le più accreditate per riconoscere le diverse associazioni. v. elettro-agopuntura di Voll); un dolore all’alluce del piede può informare di un male alla zona cranica o un dolore al palmo della mano rivelare un’alterazione degli organi della digestione.
I casi studiati e le esperienze sul dolore prodotte dal filosofo e patologo fiorentino sono molte. Le più importanti riguardano il sistema cardiocircolatorio, la respirazione, digestione e nutrizione, influenze del trauma, i sensi, paura, noia, ipocondria e altri.
Per la gran mole di lavoro svolto dallo studioso sul problema della sofferenza sono consapevole della difficoltà di compilare una sintesi soddisfacente, ciononostante ritengo possibile mettere insieme i principali elementi coinvolti che possono favorire una migliore conoscenza del dolore.
Il male fisico o morale è sempre vissuto come ostacolo alle attività quotidiane e per eliminarlo le difficoltà da superare sono a volte facili altre volte difficili, altre ancora impossibili.
Le esperienze compiute sugli animali hanno dimostrato che al momento del dolore interviene un abbassamento della temperatura interna al corpo che nel caso degli animali studiati (conigli, ratti, rane, galline) diminuisce di 1,27 gradi nei primi dieci minuti per tornare ai valori normali nei 30-90 minuti successivi; di riflesso i battiti del cuore prima diminuiscono e poi tornano lentamente ai valori normali.
Nel caso dell’uomo il dolore sembra avere gli stessi effetti che si notano negli altri animali. Una paura improvvisa in pochi secondi dispone alla difesa l’intero organismo, ma impiega un tempo molto più lungo (circa 30 minuti) per tornare alla sua condizione iniziale.
Se pochi minuti di dolore in una zona del corpo bastano a raffreddare il sangue, a perturbare i centri nervosi mettendo a rischio la salute, quali possono essere le conseguenze nel caso di sofferenze fisiche e morali prolungate? Inevitabile pensare alle tante persone che vivono di stenti o in guerra, casi che si rinnovano ogni giorno, innumerevoli, ciascuno testimone del grado di civiltà e di cultura umana che incontra. La resistenza di un organo al male è individuale, cambia da persona a persona; dipende dalla sensibilità, esperienze di vita, dallo stato d’animo del momento e dalla specie. Tra gli animali sono di esempio i pennuti poiché possono morire di sincope con un dolore di pochi secondi. Il pappagallo quando perde il suo compagno di gabbia soffre terribilmente, non parla più, soffre di un dolore incolmabile al punto di lasciarsi morire.

Effetti dell’aumento di temperatura e del respiro
È ragionevole pensare che all’aumento di temperatura corporea interna causato dal dolore (prima fase o fase acuta della durata di qualche minuto, secondo il caso) corrisponda un proporzionale aumento del metabolismo cellulare (aumento della velocità degli scambi e reazioni enzimatiche) e difficoltà della cellula di mantenere i propri scambi ionici in equilibrio con l’esterno.
All’abbassamento di temperatura dell’organismo prodotto dal dolore nella seconda fase (fase di permanenza del dolore o cronica) corrisponde un aumento della pressione del sangue arterioso e del ritmo respiratorio (frequenza e profondità del respiro) conseguente alla maggiore richiesta di ossigeno.
Questa ragione porta a pensare che durante la malattia è conveniente respirare un’aria sana e compiere esercizi di respirazione.
Al ritmo respiratorio si associa il comportamento di vita, la distensione e la serenità.
La tranquillità è sperimentato, condiziona la soglia del dolore. Lo stato emotivo tende a dominare ogni situazione. Le emozioni possono essere positive (calma, comprensione, sostegno) o negative (rabbia, odio, frustrazione), in grado di creare a livello cerebrale ordine o disordine. Il pensiero positivo genera ordine e armonia per il prevalere dell’attività parasimpatica mentre, nel secondo caso caratterizzato dalla collera e dagli altri sentimenti negativi, governa l’attività simpatica, del disordine e della disarmonia.
Quando permettiamo a mente e cuore di risuonare all’unisono, si risvegliano le capacità mentali, emozionali e spirituali superiori che spesso giacciono dormienti, che ci permettono di realizzare il nostro pieno potenziale come individui al servizio del pianeta e come custodi delle generazioni a venire” (HeartMath Institute Research Center , dalla rivista Scienza e Conoscenza (1-3/2019- n. 67 P. 68/72).
Riprendendo quanto già ho avuto modo di esporre: Il disagio, l’ansia, l’agitazione interiore, la rabbia, e la
Paura – come già riferito – sono sentimenti che logorano e danneggiano la salute, producono uno sconvolgimento chimico degli organi interni che mette a dura prova la resistenza fisica (v. La semplicità perduta, P. 285).
L’organismo vivente è un insieme di materia e spirito che si influenzano e influenzano in contemporanea pensieri, organi e azioni. Tutto interagisce e si influenza energicamente mediante impulsi nervosi e ormonali.
La risposta allo stimolo in ogni caso è proporzionale all’intensità dello stimolo e al numero di fibre nervose eccitate. Nella condizione di distensione e calma la percezione del dolore, a parità di stimolo, sarà minore mentre nello stato di agitazione sarà maggiore.
L’ipocondria, sostiene il fisiologo fiorentino, è una vera e propria malattia dei centri nervosi ed è anche “una delle più feconde sorgenti di dolori”. Nell’ipocondriaco ogni organo manifesta una sensazione di turbamento; infatti per questo, l’ipocondria è considerata la prima sorgente di paura, paura del male che non c’è. Questo è uno dei più chiari esempi di disordine della sensibilità.
L’ipocondriaco trova nemici ovunque, non conosce gioie, nessun piacere a lui è possibile. Avverte sempre la salute in pericolo, per lui la vita è tutta un dolore, tutto un soffrire, “egli non sente di vivere che per soffrire, essendo incapace del più piccolo piacere“ (op. cit. P. 261). La sua attenzione è rivolta sempre all’organo più debole. Ogni cosa nuova è pensata, ripensata e rivalutata. Le forme ipocondriache sono molte (cardiaca, respiratoria, cerebrale, genitale, ecc.), tra tutte, l’ipocondria gastrica o gastroepatica è la più comune.

Percezione del dolore
Nella generalità dei casi il dolore si manifesta quando è presente una malattia o come segno premonitore della stessa. In alcuni casi la sensazione dolorosa è presente in assenza dell’alterazione e in altri il male può essere diagnosticato in totale assenza di dolore.
La percezione del dolore appartiene al sistema di protezione che l’organismo mette in atto con l’approssimarsi del disturbo, nel danneggiamento di tessuti o organi, nelle contrazioni muscolari, sovra distensioni dei tessuti, sintomi di asfissia, quando è eccessiva la percezione di caldo o freddo e nei molti altri casi logoranti.
Sulla genesi delle sensazioni dolorose in epoche passate, “si postulava che il dolore, come la sensazione tattile e quella del caldo e del freddo, avesse uno specifico recettore a livello cutaneo e che ogni recettore specifico fosse connesso al cervello con una sua linea di trasmissione privata”. Un’altra teoria sosteneva che “non esistono recettori specifici per il dolore e la sensazione dolorosa sarebbe il risultato della sommazione di impulsi suscitati da stimoli termici o pressori applicati alla cute” (R. Adams e M. Victor, Principi di Neurologia – P. 92).
Secondo Adams e Victor, “le ricerche più recenti sull’anatomia e la fisiologia del dolore hanno in gran parte unificato queste opposte interpretazioni”.
La genesi del dolore fisico e degli altri disturbi della sensibilità, dei rapporti e influenze sulla malattia, è materia di esclusiva pertinenza medico-specialistica.
Ciò che più può interessare e non deve trascurare l’alternativo sono i seguenti aspetti:
– non basta togliere il dolore per eliminare il male;
– non sempre il dolore denuncia il male, entrambi possono essere presenti senza essere in relazione tra loro;
– un dolore può manifestarsi su centri nervosi lontani dalla zona di origine del male;
– i dolori forti di breve o lunga durata, possono aumentare di poco o diminuire di poco il numero dei battiti del cuore.
Indubbiamente togliere il dolore fa sempre bene al cuore, ma se si pensa all’infinita complessità dell’essere umano le considerazioni non possono essere solo queste.
Molti studiosi hanno cercato di dare una spiegazione sul senso della vita e della morte. L’uomo avverte il peso della sofferenza, la disperazione dopo l’ultima speranza, quella che induce a pensare all’eutanasia. Nello sconforto il dolore in qualunque modo si manifesta, non è mai ragionevolmente compreso e accettato. Eppure la sofferenza e il dolore appartengono alla vita fisica, psichica, e a quella dello spirito.
La meditazione spesso è l’ancora di salvezza. Il rilassamento, la serenità, l’equilibrio mentale e l’armonia interiore che ampliano la coscienza conducono a sperimentare di noi la parte più interiore e profonda. Riducendo le tensioni, le angosce e le emozioni di riflesso anche il male e i suoi sintomi diminuiscono, ma per giungere a questo serve un impegno straordinario, coordinato e diretto da una sapienza superiore./ Armido Chiomento

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