COVID FASE 3

Infodemia
In questi cinque mesi di epidemia virale il numero di pubblicazioni sul Coronavirus “è raddoppiato ogni 15 giorni, raggiungendo quota 23.000 a metà maggio”, il dato è riportato nell’editoriale della rivista Le Scienze del mese di giugno. Gli scienziati stanno affogando negli articoli su Covid-19, pur sapendo che “una parte di questa letteratura scientifica è di scarso rilievo… e una parte è controversa. […] Così, insieme alla pandemia, ci siamo ritrovati in quella che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha chiamato infodemia, un carico di notizie e informazioni – e disinformazioni, in certi casi – che ha travolto tutti”.
Un illustre virologo dell’Università di Atlanta: dice che il virus si sta lentamente adattando all’uomo, altri virologi invece sostengono che tra qualche mese è probabile un’altra pandemia dello stesso virus. A confortare gli animi c’è anche chi sostiene che tra poco il virus scomparirà definitivamente. Le esternazioni sono molte, non solo queste. Si dice anche che l’intruso con il quale abbiamo a che fare non sia un virus, ma un battere.
La mascherina, utile o dannosa, è un altro aspetto della storia. Molti medici mettono in guardia su gli effetti negativi che può avere sulla salute. Sembrerebbe che l’uso, indipendentemente se breve o prolungato, alteri la fisiologia del respiro poiché limita l’apporto di ossigeno e reintroduce l’anidride carbonica precedentemente espirata. Sulla necessità invece di mantenere un adeguato distanziamento tra persone tutti gli esperti, medici e scienziati sono d’accordo.
In definitiva, la gente è disorientata, non sa a chi credere, si sente sola di fronte a un nemico che non conosce e ciò è motivo di malessere, paura, angoscia e ansia.
Lo slogan “andrà tutto bene”, tanto appassionatamente pubblicizzato è stato smentito dal numero di persone morte, si è trasformato in un triste messaggio, una pietosa bugia.
Ora che ci troviamo (si spera) verso la fine della pandemia possiamo chiederci se questa esperienza ci ha lasciato qualcosa di buono, qualche avvertimento o insegnamento utile al nostro vivere futuro. Di sicuro conosciamo i sintomi della malattia e come dovremmo essere organizzati e preparati se altre ne verranno. Abbiamo constato anche che l’informazione non è una certezza; che l’isolamento obbligato al quale abbiamo dovuto sottostare in una parte della popolazione ha favorito la riflessione e stimolato la volontà di rinnovarsi; ma in altra (la più numerosa) ha generato tristezza e paura.

Da Oriente a Occidente
In genere la strada che percorrono i germi delle malattie infettive, influenze o epidemie va da Oriente a Occidente. Molte influenze prendono il nome dal luogo di origine (Hong Kong, asiatica, colera asiatico); altre come la spagnola, per aver colpito il reali di Spagna; la peste nera o bubbonica del XIII sec. si distingue da quella manzoniana (XV sec.) descritta da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi.
Ogni secolo ha avuto la sua epidemia. Tra le maggiori si ricorda la lebbra, una malattia infettiva già conosciuta negli anni precristiani, diffusasi in tutta Europa nel sec. XIII; lo scorbuto, la febbre tifoide, la dissenteria e la peste, malattie del XVII secolo ricordate per aver ucciso milioni di persone. Nel secolo successivo il solo colera asiatico ha prodotto circa 100 milioni di morti. Il XX secolo può essere considerato quello della sifilide anche se diversi casi non subito propriamente identificati sono di epoca medioevale.
Fin dai tempi più remoti, l’abbandono disseminato di rifiuti e di materiali inquinanti, l’alta concentrazione abitativa, la disuguaglianza tra ricchi e poveri, la stretta convivenza con animali domestici, l’inquinamento dell’aria, acqua, cibo e la mancanza generale d’igiene hanno favorito lo sviluppo di microrganismi patogeni e l’inevitabile contagio di batteri e virus tra persone.
Il disordine e la cattiva igiene hanno sempre condizionato la vita della gente. Lo stato di salute fisico e psichico dipende dalla sanità dell’ambiente esterno e più ancora da quello interno dove vivono le cellule.
La cellula per vivere deve nutrirsi, assumere l’ossigeno e i materiali che le necessitano ed essere in grado di eliminare tutto ciò che non serve: rifiuti, veleni, tossici, ossia prendere e cedere; uno scambio continuo, necessario affinché il sangue possa conservare inalterata la sua composizione, la velocità e il volume.
Se alla cellula dovessero pervenire o infiltrarsi sostanze o elementi indesiderati (parassiti, funghi, virus, batteri) inizierebbe una strenua lotta tra queste e le particelle di difesa che hanno il compito di eliminare ogni intruso o altro tossico. Nel caso invece fossero le forze di difesa a essere sconfitte l’organismo si ammalerebbe e sarebbe costretto a chiedere un aiuto esterno.

Le api insegnano
Questa condizione di difesa dagli intrusi è presente oggigiorno negli alveari. Purtroppo, a causa della Varroa, un acaro parassita, le api vengono fortemente debilitate, condizionate nelle loro attività e destinate tanto da generare anche soggetti deformi e a vivere in condizioni infiammatorie permanenti.
Un altro parassita meno dannoso della varroa, ma ugualmente in grado di contribuire all’indebolimento dell’ape è la Aethina tumida, un piccolo scarabeo che si nutre di covata fresca e miele.
Più recentemente ha raggiunto alcune zone della nostra penisola ancora un altro insetto, la vespa Velutina o vespa Killer che si nutre quasi esclusivamente di api.
A contribuire ulteriormente ai danni apistici si aggiunge l’inquinamento presente in natura. L’ape passando da un fiore all’altro, trasporta i semi delle piante per l’impollinazione, ma non può evitare l’incontro con le sostanze inquinanti, diserbanti, antiparassitari e fitofarmaci d’ogni genere presenti nell’aria e sparse sui terreni e sulla flora dei prati.
La causa maggiore dell’indebolimento dell’ape riguarda comunque e soprattutto la varroa per l’alta infestazione e perché si nutre del corpo grasso delle api.
Senza il prezioso lavoro dell’ape la vita non esisterebbe. Un aforisma attribuito a Einstein avverte che “se l’ape dovesse scomparire dalla terra all’uomo resterebbero solo quattro anni di vita”. Questo porta anche a considerare l’ape un termometro biologico.
A causa dell’abbassamento delle difese immunitarie, da molto tempo si parla di invecchiamento dell’ape, di un indebolimento precoce che riduce l’attività di volo e di raccolta influendo di conseguenza sulla sopravvivenza della specie.
Nella Rivista nazionale di apicoltura, Apinsieme (2/20), un articolo di Luca Tufano mette in guardia gli apicoltori su alcuni aspetti nutrizionali delle api e sull’igiene dell’alveare. Ragioni, secondo l’articolista, che spiegherebbero perché “le api non vanno a melario”, ossia la ragione della scarsa produzione dovuta all’indebolimento fisico. In pratica, le api vivendo in una costante condizione infiammatoria, non possono comportarsi, ‘lavorare’ e vivere come fossero sane.
Indubbiamente l’infestazione di varroa debilita molto l’ape. Riducendosi l’impollinazione, all’agricoltore diminuiranno i raccolti e all’apicoltore i prodotti dell’alveare.
Tra le similitudini ape-uomo la prima analogia riconosciuta riguarda l’ambiente di vita: ape e cellule del corpo (v. A. Chiomento Il segreto delle api, pp. 89-101). I mali e le malattie nascono e sviluppano nel disordine. Pertanto tenendo conto che la Varroa è un parassita molto pericoloso perché in grado di trasmettere e veicolare virus patogeni, un corretto e tempestivo controllo dell’acaro può significare livelli di infestazione bassi e quindi di grande vantaggio per le api.
Fatti analoghi sono stati visti di recente con i focolai d’infiammazione da Covid-19 e i relativi isolamenti adottati. L’uomo prima di iniziare la sua involuzione e giungere all’attuale stato di degrado morale e ambientale avrebbe dovuto osservare meglio i comportamenti dell’ape per correggere di riflesso i suoi.

La prevenzione
Di certo l’esperienza del Coronavirus ha insegnato quali sono i primi segnali della malattia: perdita repentina dell’olfatto e del gusto, qualche linea di febbre, mal di gola, tosse secca, dolori muscolari, stanchezza, sintomi che possono non comparire assieme, ma allo stesso modo di come si manifestano in altre malattie.
Un disturbo qualunque è sempre un avviso di rottura di un equilibrio che si dovrà ripristinare, riportare alla normalità.
Per diversi mesi abbiamo sperimentato le difficoltà di mantenere la mascherina, evitare il contatti ravvicinati, gli assembramenti, ma anche quanto sia facile e pericolosa la trasmissione di virus e tossici tra le persone. Basterebbe il buon senso per far perdere alla mascherina di significato.
I disturbi e le malattie nascono dai nostri modi di vivere, dai disordini organici, dai comportamenti innaturali, ma a quanto pare a molte persone non è ancora chiaro il rapporto tra vita dissipata ed energia vitale.
L’uomo che ha conosciuto la cultura e i suoi vantaggi a livello individuale e sociale come ha potuto divenire un soggetto accumulatore e consumatore di cose inutili?
L’igiene, la cooperazione, l’organizzazione, il rispetto dei ruoli delle api aiutano a comprendere la vita umana. Non basta esigere dall’apicoltore di piastrellare le pareti di bianco e portare l’acqua all’interno del locale dove si lavorano favi, miele, pappa reale, cera e quant’altro che riguarda il mondo apistico per rendere l’ambiente e i prodotti igienicamente sani. A nulla serve se non si interviene sull’indebolimento dell’ape, su gli inquinanti e inquinatori, le fonti che determinano la sanità dei prodotti.
Così è per l’uomo. Cosa giova all’animo umano una vita dissipata, senza scrupoli, povera di energia vitale, corrotta dalle forme dell’apparire e priva della dignità che dovrebbe distinguerla dal degrado a dalla sua involuzione?
Il cibo definito spazzatura può essere eccitante, stimolante, rendere bella e preziosa la tavola, ma non nutre adeguatamente la persona; la povertà della mente, il pensiero disordinato, triste o negativo intossicano, privano di energia vitale e guastano lo spirito.

Voglia di vaccino
Una società che all’aspetto umano antepone le logiche dell’economia, che confonde l’igiene naturale con l’artificiale come può giovare allo sviluppo umano e ambientale? Impossibile rispondere alla domanda, la risposta è nella stessa. Non può esserci progresso senza salute. La salute ha priorità su tutto. Quando si intravvede il pericolo si corre al rimedio e non deve meravigliare quando capita una malattia infettiva, specie con forma epidemica, se si pensa subito al vaccino. Però, qualunque sia il caso, non è mai conveniente procedere senza la conoscenza e consapevolezza. Delegare ciecamente ad altri la propria salute non è buona cosa.
Un farmaco, un rimedio o un vaccino non deve agire semplicemente sull’effetto, ma anche e soprattutto sulla causa. Un mal di testa può scomparire e la causa restare. Un vaccino può eliminare il germe patogeno ma da questa azione possono generarsi altri mali. La scoperta del DDT è un esempio.
Per aver trovato un sicuro veleno contro la zanzara della malaria, lo scopritore del micidiale insetticida Paul Hermann Muller nel 1948 venne insignito del Premio Nobel. L’effetto si è dimostrato sicuro e per questo qualche anno dopo la scoperta (1936), l’Organizzazione Mondiale della Sanità lanciò una campagna pubblicitaria a favore dell’insetticida. Purtroppo un altro genere di effetti negativi non tardò a presentarsi.
Dai primi impieghi dell’insetticida all’anno in cui è stato ritirato dal commercio (1972) sono corsi circa 30 anni, un periodo nel quale il prodotto dopo essere stato tanto lodato e osannato è stato considerato responsabile di gravi tossicità, di malattia e morte di animali e persone. Ciononostante in alcune zone dell’Africa, il DDT è impiegato ancora oggi.
La pratica vaccinale di cui tanto si parla non è sicura come si vuol far credere. Tutti i farmaci sono pericolosi se assunti in modo sbagliato; anche l’inoculazione di un vaccino può lasciare qualche segno. Più utile sarebbe che l’organismo si predisponesse in modo da impedire l’ingresso di virus e batteri e ripristinare gli equilibri stravolti. Ma nel caso in cui la persona volesse vaccinarsi dovrebbe verificare se il suo organismo è in grado di sopportare la sostanza inoculata se davvero vuole tutelare la sua salute.
Per concludere, l’obbligo di vaccinarsi è un atto decisamente autoritario e arrogante, di grave responsabilità per chi lo impone, poiché impiega sostanze chimiche e tossiche dalle reazioni non sempre prevedibili. Altrettanto grave sarebbe però rifiutare il trattamento se non c’è la prova della tolleranza al vaccino o non si mostri la presenza nel sangue degli anticorpi della malattia o altra capacità di risposta adeguata all’eventuale malattia.
L’igiene alimentare e di vita sono comportamenti di soccorso al sistema immunitario e molto spesso autosufficienti. Conservare le difese immunitarie ai più alti livelli costituisce la migliore difesa.
armidochiomento@gmail.com