MENTI TRIBALI di Fabio Cangiotti

In un importante saggio di qualche anno fa (Menti tribali di Jonathan Haidt, 2013) l’Autore si propose di spiegare “perché le brave persone si dividono su politica e religione” (sottotitolo del libro).
E’ un tema che ho trovato particolarmente interessante, in un’epoca in cui le divisioni e il dileggio delle altrui idee trovano un facile veicolo nei vari Facebook, Twitter, social network i quali se da un lato sono utili strumenti di scambio di idee ed opinioni, dall’altro sono soggetti a frequenti intemperanze e ad aggressività, molto spesso ingiustificate, espressioni di frustrazioni e arroganze personali.
Haidt sviluppa la sua ricerca nel campo della “psicologia morale”, che è “la chiave per comprendere la politica, la religione e la nostra spettacolare ascesa al dominio del pianeta”.
Egli è un intuizionista e in quanto tale, tende a ridimensionare “l’illusione razionalista”. Ciò non significa ovviamente deprezzare la ragione (ci mancherebbe), quanto l’idolatria della ragione, la sopravvalutazione del razionalismo positivista rispetto all’importanza dell’istinto e del buon senso.
Nel suo corposo studio, condotto per anni con i criteri e la metodicità tipica delle ricerche scientifiche, Haidt dimostrò inizialmente con i suoi esperimenti che le intuizioni precedono il ragionamento strategico.
In breve, il ragionamento tende a giustificare o anche ad anticipare condotte che in realtà sono suggerite in partenza da potenti strumenti intuitivi, istintivi.
Dobbiamo immaginarci – scrive Haidt -come piccoli portatori di enormi elefanti. L’elefante rappresenta la parte animale (intuitiva/istintiva) e il portatore (la mente razionale) non può far altro che assecondarne le scelte basilari, dati i rapporti di peso e di forza. E’ l’elefante che decide la direzione, il portatore non può far altro che abbozzare e procedere nella stessa, razionalizzando scelte che in realtà sono istintive.
Tutto questo dovrebbe suggerirci una grande umiltà nella pretesa di argomentare le nostre ragioni contro ragioni di segno diverso od opposto: sia noi che i nostri interlocutori stiamo semplicemente cercando di giustificare (come portatori) una direzione che in realtà è già decisa dall’elefante che c’è in noi, e parimenti nel nostro avversario.
Ciò che trovo interessante e credibile nello studio di Haidt, è la precedenza dell’elefante, che ovviamente rappresenta la parte animale presente in ciascuno di noi, mentre il portatore ne è un servitore a posteriori.
La ragione e i suoi frutti vengono dopo, ma certamente non sono meno importanti o irrinunciabili: non dimentichiamo che la storia della civilizzazione, della cultura, della scienza e delle scoperte, la nascita del linguaggio e l’evoluzione della ragione non sono altro che l’uscita progressiva da condizioni primordiali legate alla pura istintività animale. Tuttavia è sempre l’istinto che inizialmente dirige la danza…la ragione organizza scelte che vengono proposte da pulsioni profonde, spesso sconosciute a noi stessi.
Questo rapporto tra istinto e ragione resta incessante, ma quando l’eccesso di civilizzazione pretende di annullare la parte animale produce danni enormi, e ci conduce oggi perfino a condizioni post-umane, allontanandoci dalla verità della nostra reale natura.
Non è forse quello a cui assistiamo particolarmente nelle società più “evolute”?
Paradossalmente può accadere che la scienza (che resta strumento irrinunciabile), quando applicata ideologicamente riporti l’uomo a una condizione di brutalità, volendo limitare o manipolare ciò che è impossibile fare, ossia la parte animale e quindi naturale (ricordare la lezione di Konrad Lorenz!).
Succede così che la mentalità scientifica, che tanto contribuisce a rendere migliore la nostra vita (non servono esempi…) degeneri in scientismo, laddove pretende di dettare tutte le condizioni di vita dell’uomo, interiori ed esteriori, diventando pensiero totalitario e nemico della sua libertà, manipolando il corpo e la mente e orientando a questo anche la politica e l’economia.
Si cade così in nuove idolatrie e clericalismi, non meno pericolosi di quelli del passato attribuite alle religioni o alle superstizioni; stavolta però al servizio di pensieri unici spacciati per scientifici quando altro non sono che applicazioni tecnologiche al servizio di ambizioni umane.
L’intuizione della giovane Mary Shelley, che a soli 19 anni scrisse il celebre “Frankestein o il moderno Prometeo” è più che mai valida al giorno d’oggi, in un tempo in cui si cerca davvero di creare l’essere umano in laboratorio.
Certamente la domanda da porsi, se l’uomo sia diventato migliore attraverso le scoperte e le applicazioni scientifiche non può avere una risposta univoca. Sappiamo però con certezza che, se la scienza è preziosa in questo cammino, nondimeno non può essere e non è “la” risposta o perlomeno l’unica.
La civilizzazione dei costumi, la diminuzione delle fatiche lavorative talvolta improbe del passato, le mille comodità e facilitazioni di vita prodotte dalla scienza non sembrano sufficienti a questo.
Sotto più aspetti l’uomo moderno non appare tanto diverso dall’uomo eterno raccontato dalla letteratura di tutti i tempi, a partire dalla Bibbia, con le sue virtù e i suoi difetti.
La scienza magari fa “miracoli”, ma raramente redime l’uomo da sé stesso.
Non a caso il grande igienista Luigi Costacurta sosteneva il paradosso della “razionalità” del comportamento animale (di per sé essere istintivo quindi irrazionale) contrapposta alla “irrazionalità” degli uomini proprio in quanto esseri pensanti e quindi più cagionevoli dell’animale di cadere nell’errore…
Per restare in tema di salute, ricordiamo l’indebolimento organico dell’uomo civilizzato, ben rappresentato da un disegno nel famoso libro di Lezaeta Acharan (“La medicina naturale alla portata di tutti”) in cui viene paragonato all’uomo primitivo, sano quest’ultimo, malato il primo; ovviamente una semplificazione a scopo didattico, ma con un fondo di assoluta verità.
Se consideriamo l’unicità psiche-corpo dobbiamo però considerare anche la generale decadenza e l’indebolimento degli aspetti spirituali e morali nelle società più civilizzate: i due aspetti (fisico e mentale) non possono essere separati. L’esempio famoso delle modalità della decadenza del grande Impero Romano, in un tripudio di abbondanza di cibo e di vizi racconta qualcosa anche a noi moderni… la Storia non è solo progresso, è fatta anche di salti all’indietro purtroppo.
Gli aspetti morali non sono dunque per nulla secondari per la salute dell’individuo e della società: gli uomini sono sempre esseri giudicanti, e destinati a essere moralisti, anzi “moralisti ipocriti” (Haidt): tuttavia è importante notare che la salute non beneficia di una morale specifica, dal momento che le morali degli uomini possono essere molto differenti e contradditorie tra loro (Haidt dice: la morale unisce e acceca…) fino al paradosso di creare steccati incomprensioni e odi, come è sotto gli occhi di tutti.
Si tratta piuttosto di orientare la vita a valori che definirei pre-morali, semplicità di vita, abolizione del superfluo, accettazione delle realtà naturali.
E’ esattamente quello che fece lo stesso Lezaeta Acharan all’inizio del suo libro, quando espose i dieci principii generali per trovare e mantenere la salute: ed è il senso anche del lavoro dell’amico Armido Chiomento che nel suo ultimo libro “La semplicità perduta” proprio da questi principii trae spunto per approfondire e sviscerare le cause della malattia che pervade l’uomo moderno, e indicarne i possibili rimedi, sempre “alla portata di tutti”.
(fabiocang@gmail.com)